21 Maggio 2021

Consulenze fonografiche

di Michele Donati Scarica in PDF

Born to Run

Bruce Springsteen

Columbia Records

1975

Proseguiamo ancora con una ulteriore puntata del filone “storico”, che poi ritroveremo occasionalmente una volta tornati all’attualità musicale nelle prossime Consulenze fonografiche, andando a sincronizzare la macchina del tempo nell’anno 1975, precisamente il giorno 25 agosto.

C’è stato un tempo in cui fare musica dal vivo, far vibrare le corde delle chitarre elettriche, i tasti di un sassofono o di un pianoforte e percuotere le pelli di una batteria era fonte di elevazione sociale.

Un tempo caratterizzato da Club dominati da amplificatori che emettevano musica e di microfoni che davano accesso a platee e gratificazioni che oggi farebbero invidia agli influecer di Instragram e YouTube.

Quel tempo, del quale chi era adolescente negli anni 90 ha vissuto gli echi, ha vissuto forse il suo periodo di massimo splendore tra gli anni 60 e 70 del secolo scorso, grazie anche al fatto che in quell’arco di tempo congiunzioni astrali particolarmente favorevoli hanno regalato alla pop music la contemporanea presenza di geni di prima grandezza.

Oggi parliamo di una di queste figure e del disco che, di fatto, ne ha consacrato la carriera artistica, prima del successo planetario che sarebbe arrivato 9 anni dopo.

Nel 1975 New York era il fulcro della vivacità della musica rock, animata – come anche il vicino New Jersey – di una miriade di band e di artisti underground che vivevano di e per la loro musica.

Molti di essi, con il tempo, sarebbero stati destinati a vivere di altro, oltre che dei loro ricordi artistici di gioventù; altri avevano, invece, probabilmente un talento, un carisma, una vocazione tali da consentirne un percorso musicale fulgido e longevo.

Tra la fine degli anni ‘60 e l’inizio degli anni ’70 inizia a circolare, tra il vespaio di locali del Jersey Shore, il nome di un cantate e chitarrista che – nonostante la miriade di cantanti e chitarristi presenti in zona – fa parlare un gran bene di sé, tanto da far scomodare i vertici della Columbia (John Hammond, la stessa persona che aveva scoperto e lanciato Bob Dylan), che restano folgorati da tanto talento.

Il giovane di belle speranze in questione risponde al nome di Bruce Springsteen.

Nel 1975, però (circa 2 anni e mezzo dopo l’incontro di cui sopra), ha alle spalle 2 dischi che – sebbene rispecchianti le enormi capacità – non avevano trovato nel pubblico lo stesso successo riscontrato con la critica.

A dispetto delle vendite non certo esaltanti, però, il ragazzo ha abbondantemente confermato il carisma nei concerti live, guadagnandosi una certa fama, anche grazie a spettacoli di caratura sorprendente.

In particolare, già nel maggio 1974, a restare folgorato era stato un critico musicale già a suo tempo influente (Jon Landau, che di Bruce poi divenne il manager storico), il quale, dopo un suo concerto, scrisse un articolo destinato a entrare nella storia (e a cambiare il corso della stessa carriera artistica del Boss), unitamente alla celebre frase in esso contenuta “I saw the Rock and Roll future” (“Ho visto il futuro del Rock and Roll”).

Con queste premesse, la casa discografica chiede a Bruce senza mezzi termini il disco della vita, del “dentro o fuori”.

Il carico emotivo (e anche quello economico, visto che leggenda narra che i membri dell’E Street Band, la storica band di Bruce, ipotecarono le loro case per poter pagare le spese di incisione) era notevole.

Bruce ne venne fuori con il disco che andò a mostrare al mondo intero il suo talento, tanto da fargli guadagnare la copertina (nello stesso giorno) di Times e Newsweek.

Oggi molti legano il nome di Bruce Springsteen a Born in the USA, disco del 1984 che lo fece conoscere in tutto il globo, ma l’album che, di fatto, gli consentì di sfondare e diventare una star dell’industria musicale americana è Born to Run, pubblicato appunto nel 1975, che ora andremo a ripercorrere.

L’album richiama alla tradizione del rock americano, già dalla copertina (estremamente evocativa), nella quale Bruce, appoggiato alla spalla del sassofonista della band Clarence Clemons, indossa anche una spilla con l’effige di Elvis Presley.

La prima traccia del disco è Thunder road, meraviglioso classico della musica del Boss, che si apre con l’inconfondibile armonica a bocca su un letto di pianoforte; è la storia di Mary e del suo ragazzo che, a poco più di 20 anni, vogliono fuggire dalla loro città di perdenti. Anche questo brano rimanda alla tradizione rock, citando la musica di Roy Orbison.

Il secondo pezzo è Tenth Avenue Freeze Out, brano di forte impronta Black e Motown, che rimanda a sonorità e contesti urbani e al senso del gruppo e dell’amicizia.

Si prosegue con Night, per giungere a un gioiello di nome Backstreets, canzone di amicizia/amore, costruita su una struttura pianistica e organistica “da pelle d’oca”.

Si prosegue con Born to Run, il brano che dà il titolo al disco. Siamo di fronte a un classico della musica del Boss, il pezzo che, collocato costantemente nella parte finale dei suoi concerti (vere e proprie maratone rock di quasi 4 ore), suggella la vita come una costante ricerca fondata sull’amore.

Si prosegue con She’s the one, accattivante canzone d’amore, e con Meeting across the river, brano dal sapore jazz impreziosito dalla tromba di Randy Brecker.

L’ultimo brano del disco è una sorta di film metropolitano dal titolo Jungleland.

Il brano, dalla durata che sfiora i 10 minuti, è una sorta di poema epico che esplora, anche dal punto di vista sonoro, una serie di sentimenti variegati, spaziando dalle venature classiche dell’intro con violino e piano, al rock metropolitano della prima parte, all’impronta più suadente della coda, passando per un assolo di chitarra che è pura energia e, soprattutto, per la parte solistica centrale del sassofono – avvolgente e ipnotica nella sua bellezza – che sospende per circa 3 minuti l’ascoltatore.

Il resto è storia, quella della carriera artistica di Bruce, che, senza questo disco (forse), sarebbe stato uno dei tanti artisti della scena newyorkese dei primi anni ‘70, e quella di tutti coloro cui la sua musica ha cambiato la vita.

Buon ascolto di questo capolavoro.