28 Aprile 2020

I paradossi del lavoro domestico al tempo del COVID-19

di Marco Frisoni Scarica in PDF

A volte la realtà supera la fantasia; è una considerazione che sorge cercando, con un minimo di razionalità, di ragionare sulla situazione attuale che tutto il mondo (e, in particolare, purtroppo il territorio italiano) vive con enorme difficoltà (ed esiti drammatici, soprattutto in termini di inaccettabile perdita di vite umane) a causa dell’emergenza epidemiologica derivante dall’inaspettato avvento del COVID-19 (tristemente noto come coronavirus).

Proprio a causa delle vicende sopra accennate, in questi giorni emergono prepotentemente frammenti di ricordi di letture e visioni del passato, che, in maniera quasi surreale, da esercizio di fantasia cinematografica e della lettura, sono, di fatto, mesta realtà.

E, invero, rammento ancora le suggestioni che almeno due pellicole mi trasmisero al momento della loro proiezione (una in televisione, per ragioni di età anagrafica, la seconda direttamente in una delle tante sale cinematografiche oggi sconsolatamente chiuse e ai cui lavoratrici e lavoratori va un pensiero affettuoso e di solidarietà per il buio momento che vivono); in particolare, ci si riferisce ad “Andromeda”, opera di Robert Wise del 1971 (tratta dal romanzo di Michael Crichton e che ebbi modo di vedere, anni dopo e in tardo orario, ai tempi epici della prima “Italia1”) e a “Virus letale”, film del 1995 diretto da Wolfgang Petersen (cast di prim’ordine, Dustin Hoffman su tutti), entrambe sforzi di immaginazione sulla tematica del contagio e che, tuttavia, incredibilmente oggi appaiono una sorta di anticipazione di ciò che, in concreto, il coronavirus produce ai giorni nostri.

Orbene, la divagazione sulla “settima arte” è un mero espediente (atto anche a stemperare, per quanto possibile, le tensioni e le oggettive preoccupazioni odierne) per sottolineare come l’epoca del COVID-19 faccia emergere storture e controsensi che investono molteplici aspetti del vivere quotidiano, ivi compreso il mondo del lavoro.

A ben vedere, il rapporto di lavoro domestico (ambito già di per sé connotato da una moltitudine di contraddizioni) non fa eccezione, anzi, in verità, risulta fra i contesti maggiormente afflitti dalla pandemia in atto, manifestando tutte le fragilità in tema di tutele occupazionali, che, pur essendo già note, sino ad ora sono rimaste sottaciute.

D’altro canto, non si può non rammentare come l’alveo del lavoro domestico sia affranto da una censurabile (e inammissibile, mi sia consentito, per un Paese che si reputa civile) diffusione del lavoro sommerso (“al nero”).

In proposito, basti pensare che, nel corso dell’annuale rapporto sul lavoro domestico presentato nel dicembre 2019, si rileva come, a fronte di circa 860.000 prestatori di lavoro che operano “in chiaro” (anche se, a volte, con orari di lavoro ufficiali inferiori a quelli in concreto praticati), vi sia un’inconcepibile moltitudine di collaboratori, che, al contrario, non godono di alcuna tutela e protezione e che ammontano a una popolazione di lavoratrici e lavoratori stimata in circa 1,2 milioni di unità.

Tralasciando ogni commento (del tutto superfluo) in merito, non resta che rilevare come, di questi tragici tempi, un siffatto punto di partenza incide in maniera drammatica su un numero elevatissimo di prestatori di lavoro, che, per quanto in maniera sommersa, svolgevano una minima attività lavorativa e dalla quale ricavavano una sussistenza economica, che, nella maggioranza dei casi, è venuta subitamente meno.

Infatti, l’adozione progressiva, tramite una nota babele di provvedimenti normativi, di misure sempre più rigide in tema di limitazione degli spostamenti, di utilizzo dei mezzi di trasporto privati e pubblici e di distanziamento sociale, rende, di fatto, impercorribile la continuità dei rapporti di lavoro così strutturati.

E, invero, se da un lato la circolazione è consentita in presenza di comprovate ragioni (anche lavorative) e, da un diverso versante, le attività di assistenza alle persone e alle famiglie non risultano inibite e afflitte dal c.d. lockdown (è fatto, infatti, salvo, fra gli altri, il codice ATECO 97, rubricato “Attività di famiglie e convivenze come datori di lavoro per personale domestico” e con il quale si richiamano attività di famiglie e convivenze, come datori di lavoro per personale domestico, quale collaboratori domestici, cuochi, camerieri, guardarobieri, maggiordomi, lavandaie, giardinieri, portinai, stallieri, autisti, custodi, governanti, baby-sitter, badanti, istitutori, segretari, etc.), si sono intensificati i controlli da parte delle forze dell’ordine e appare assai arduo dimostrare le più che provate incombenze lavorative in assenza di un contratto regolare (e, dunque, senza potere disporre, unitamente all’autocertificazione che tutti i cittadini devono recare con sé, della consigliata attestazione datoriale di sussistenza del contratto di lavoro da esibirsi in sede di accertamento).

Non solo; il timore imperante del contagio, le esigenze di distanziamento sociale, la diffidenza nei contatti con terzi, hanno indotto molti datori di lavoro a interrompere e/o sospendere i rapporti di lavoro in parola con i collaboratori in nero, che, pertanto, si trovano ora privi di qualsivoglia forma di sussistenza anche meramente alimentare, posto che, a causa della mancata regolarizzazione contrattuale e previdenziale, si trovano nell’impossibilità di accedere a qualsivoglia forma assistenziale discendente dalla conclusione del rapporto lavorativo “sommerso” in essere (viene, quindi, negato l’accesso al trattamento di disoccupazione).

Non si deve nascondere, inoltre, come non pochi prestatori di lavoro domestico irregolari svolgevano (e svolgono tutt’ora) attività lavorativa connotata anche dalla convivenza presso l’abitazione datoriale e, dunque, la perdita del posto di lavoro comporterebbe, altresì, un’ulteriore difficoltà derivante dal venire meno di una sistemazione alloggiativa, con tutti gli immaginabili e drammatici esiti del caso.

Appare evidente che la situazione appena descritta potrebbe costituire una miccia per l’esplosione di tensioni sociali di rilevante entità, considerato che la medesima situazione, soprattutto nel meridione del Paese, si estende ad ambiti esterni al lavoro domestico, integrando un forma di economia sommersa e parallela a quella “in chiaro” e che è in fase di arresto in virtù delle limitazioni adottate dalle Autorità pubbliche nazionali e/o territoriali, con tutte le perniciose conseguenze del caso.

Non solo; anche per i rapporti di lavoro domestico regolari, la venuta del COVID-19 ha fatto emergere la carenza di un sistema di protezione minima dei lavoratori interessati, con specifico riguardo all’esclusione degli stessi dal sistema degli ammortizzatori speciali introdotti dal Decreto Cura Italia, mentre sarebbe stato opportuno garantire l’accesso quanto meno alla Cigd (le solite notizie incontrollate che emergono dai meandri governativi fanno intendere che, nel prossimo Decreto “Aprile”, potrebbe essere presente una sorta di bonus per i collaboratori domestici, a valere sul Fondo per il reddito di ultima istanza di cui al D.L. 18/2020).

Insomma, forse, sempre paradossalmente, il COVID-19 sarà ricordato anche perché, alla fine, ha imposto una profonda riflessione in ordine al concetto di universalità delle tutele per i lavoratori (soprattutto relativamente agli ammortizzatori sociali), auspicando dunque una rimozione delle odiose differenze fra lavoratori di serie “A” e altri di serie “Z”.

 

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