28 Novembre 2019

Protocollo nuovo, storia vecchia

di Francesco Natalini Scarica in PDF

In data 19 settembre si è celebrata, con una certa enfasi mediatica, la firma del protocollo d’intesa tra Ministero del lavoro, Confindustria, Cgil, Cisl e Uil, che dovrebbe (finalmente) avviare il progetto di misurazione della rappresentanza delle organizzazioni sindacali, passo fondamentale, secondo i firmatari “non solo per rafforzare la trasparenza dei processi di contrattazione, ma anche per valorizzare i Ccnl stipulati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative nel loro ruolo di tutela retributiva, economica e normativa di tutti i lavoratori italiani”.

Verrebbe da dire: era ora, visto che, come un cavaliere errante e senza meta, questo progetto sta vagando senza addivenire a nulla (tranne qualche sperimentazione, mai decollata, proposta qualche anno fa dall’Inps) addirittura dal 2011, cioè da quando fu introdotto e declinato (ancor prima del T.U. rappresentanza del 2014) nell’accordo interconfederale del 28 giugno 2011.

Quindi, forse, si dovrebbero mettere da parte l’enfasi e l’ottimismo manifestati nel comunicato stampa che ha accompagnato il protocollo e spiegare perché, a distanza oltre 8 anni, non si è fatto niente di concreto, mentre nel frattempo il contenzioso è diventato sempre più copioso e devastante, avallato da norme a dir poco aberranti (2 tra tutte: l’articolo 1, comma 1175, L. 296/2006, e il novellato articolo 603-bis c.p.), con richiami sempre più copiosi quanto disomogenei e confusi alla contrattazione collettiva e alle OO.SS. stipulanti (delle quali è in genere pretesa, ma non sempre, la leadership), sia per individuare parametri di congruità che per il corretto esercizio del potere derogatorio rispetto alla legge.

Infatti, è inutile negare che oggi ci muoviamo in una vera e propria “Babele”, alimentata in primo luogo già dal fatto che presso il Cnel (come peraltro ricordato anche nel già richiamato comunicato stampa) risultano depositati – incredibilmente – ben 868 contratti collettivi (?), che le prassi ispettive sono improntate al “fai da te” (ricordo che, in occasione di un convegno regionale, mi fu detto da funzionari di vigilanza che la scelta del contratto leader, in caso di ispezione, verrebbe fatta in base al “buon senso”) e che alcune recenti pronunce della Corte di Cassazione sono risultate a dir poco sconcertanti, nel momento in cui sono state originate da cause sostenute dagli enti previdenziali contro le interpretazioni da loro stessi fornite nei documenti di prassi.

Per tali ragioni ho sempre ritenuto e sostenuto che un criterio il più possibile “oggettivo” di misurazione della forza sindacale fosse l’unico rimedio per scongiurare modus operandi basati sul libero arbitrio o su “percezioni soggettive” e il criterio contenuto nel protocollo (che, si ripete, prende le mosse dall’accordo interconfederale del 28 giugno 2011) ha, perlomeno “sulla carta”, il pregio di avvicinarsi all’obiettivo prefissato.

Ma ormai, in questo Paese, qualunque cosa venga prodotta che abbia una funzione in qualche modo “normativa” non può prescindere da lacune, da criticità interpretative e da incoerenze e il protocollo non sfugge a questa regola.

Parlando di “lacune” non può sfuggire che trattasi di un protocollo ”parziale”, legato cioè al mondo confindustriale o comunque al settore industriale (e gli altri settori?), che non ha alcuna cogenza, non essendo atto avente forza di legge (ancorché da alcuni passaggi del protocollo sembra sostenersi il contrario) e che necessita della presenza di Rsu per misurare il c.d. dato elettorale (al punto che ci si chiede cosa succede se in azienda siano presenti le sole Rsa o, addirittura, non vi siano rappresentanze sindacali interne).

Le criticità e le incoerenze emergono, invece, nel momento in cui nel protocollo non si stabilisce quali siano la valenza e la decorrenza dei risultati ottenuti (ex nunc o ex tunc?), a cui si aggiunge una smisurata quanto “obbligatoria” indolenza, nel momento in cui per arrivare a determinare un risultato, che si potrebbe ottenere a gennaio dell’anno successivo (sennò l’informatica a che serve?), si dovrà attendere addirittura il mese di agosto.

Insomma, la sensazione è che anche questo protocollo sia destinato a suscitare dubbi e polemiche, rischiando, nel contempo, di produrre il classico “buco nell’acqua”, lasciandoci però ancora una volta con la solita quanto unica certezza su cui possiamo fare affidamento: “la certezza dell’incertezza”.

 

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