16 Maggio 2019

Tra salario minimo legale e contrattazione collettiva

di Roberto Lucarini Scarica in PDF

Avrete senz’altro sentito il gran parlare che si fa, a livello politico-mediatico, del c.d. salario minimo legale. Di regola, preso costantemente da 1.000 impegni, me ne frego il giusto di tali discussioni, conscio che, non potendovi partecipare attivamente, ne dovrò in ogni caso subire le conseguenze. Queste note, quindi, non sono un’approfondita elucubrazione su quanto sopra, quanto piuttosto una riflessione en passant senza alcuna pretesa dottrinale.

Nel nostro ordinamento, che sul tema si muove nel solco del disposto ex articolo 36 della Carta Costituzionale (“Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”), non è presente un’indicazione legale di salario minimo, al contrario che in altre nazioni. Vi sono, invece, una miriade di contratti collettivi nazionali, con integrazioni di secondo livello (territoriale o aziendale), a mezzo dei quali le c.d. parti sociali rilevano quello che viene da loro considerato il salario congruo per il lavoratore, a seconda di livello di inquadramento, anzianità, etc …. In fin dei conti la giurisprudenza ha finito per assegnare alle tabelle contrattuali una sorta di lasciapassare sul tema della congruità dei salari al precetto costituzionale, con ciò tracciando quantomeno una strada cui potersi riferire nel mare magnum interpretativo dell’espressione “esistenza libera e dignitosa”.

Se, quindi, abbiamo un punto di riferimento, di tipo negoziale, per quale motivo si cerca adesso di introdurre un parametro legale?

I dubbi sono tanti: dai contratti pirata, che spesso praticano una forma di elusione al ribasso dei salari, a forme, più o meno eleganti, di non applicazione dei minimi salariali.

Ma il salario minimo legale potrà essere la risposta? Personalmente ho qualche dubbio, anche se qualcosa dev’essere senz’altro fatto per garantire a tutti i lavoratori quei parametri minimi di congruità salariale.

Non sono, in linea generale, un fautore della regolamentazioni legali su ogni terreno, visto anche come si scrivono le leggi in questo benedetto Paese. A sensazione, infatti, preferisco che le parti si seggano attorno a un tavolo e trattino, tra gli altri, anche l’aspetto economico del rapporto. Per tale motivo, quindi, preferirei che le cose restassero, in linea di principio, come sono; tuttavia ….

È anche vero, però, che non si possono contare quasi 1.000 contratti collettivi nazionali, senza nel contempo riuscire a non perdere la bussola.

Perché, quindi, non accorpare tali accordi per settori di macro-aree? Perché non definire, con attenzione data la delicatezza del tema, la vera rappresentatività sindacale? Oppure, perché non indirizzare, in via definitiva, la contrattazione su base territoriale o aziendale?

Magari, risolvendo alcuni dei problemi appena elencati, potremmo risparmiarci un salario minimo legale

 

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