30 Luglio 2020

Il valore di un no

di Elena Valcarenghi Scarica in PDF

Vi capita mai di pensare ai tempi andati? Quelli in cui le responsabilità erano di altri e a noi era concesso sbagliare perché in fase di apprendimento?

Credo di essere una nostalgica, perché mi capita spesso; non perché rimpianga il passato, quanto piuttosto sono alla ricerca degli insegnamenti di allora che mi possano aiutare a trovare soluzioni oggi. Da qualche tempo mi insegue il ricordo di quando i miei genitori mi spiegavano (o almeno ci provavano, dato il caratterino) la funzione educativa e formativa dei loro no, che non implicavano necessariamente disapprovazione. La strada non è sempre in discesa, quindi bisogna allenarsi anche ad affrontare le salite. Questo mi dicevano e allora, forse, non riuscivo a comprendere a pieno il significato delle loro parole e del loro esempio, ma la vita mi ha aiutata a svelarne il senso.

Il momento che stiamo vivendo, considerato quale professione svolgiamo, credo abbia chiesto a tutti uno sforzo importante, adatto alla situazione emergenziale in atto, ma talvolta oltre le proprie possibilità. Immagino che ognuno di noi abbia avuto modo di sperimentare la propria capacità di adeguamento e sacrificio e mi auguro anche che abbiate potuto raccoglierne i frutti, almeno a livello personale. Considero gratificante l’aver potuto “fare”, in un momento in cui tutto sembrava sospeso e surreale. Mi sono sentita utile nel mio piccolo, mi è sembrato di essere parte attiva, so di aver tranquillizzato e supportato i miei clienti e con loro i lavoratori, insomma, ho fatto la mia parte come per me doveroso non solo per ragioni contrattuali, ma anche per senso civico e ciò mi appaga, unitamente alla constatazione di aver potuto contare sulle competenze e il sostegno del mio gruppo di lavoro.

Ora, però, qualcosa non mi quadra ed è per questo che torno con la memoria al passato, alla ricerca di chiarezza. Sono stanca, non arresa, ma fiaccata da mesi deliranti nei quali, con scarso sostegno concreto a livello istituzionale, mi sono dovuta difendere (e con me i miei cari e i miei collaboratori) da un pericolo tremendo e invisibile, la cui incombente presenza era scandita dall’incessante suono delle sirene nel silenzio di luoghi svuotati. Ora che i rumori di fondo della città son tornati, che le sirene riposano e le mascherine si trovano insieme ai disinfettanti, dovrei essere più serena, ma non è così, almeno non fino in fondo. Credo purtroppo che, oltre al virus, peraltro non sconfitto, vi sia altro che ha richiesto e richiede attenzione.

L’innegabile straordinarietà della situazione ha determinato, come ovvio, provvedimenti dedicati e speciali, dei quali però siamo tutti anche vittime. Che un sistema non perfetto scricchioli sotto il peso delle sollecitazioni è purtroppo normale, che i singoli siano chiamati a farsi carico dei problemi non risolti da chi è tenuto a farlo, forse, no. Mi chiedo, perciò, se non sia arrivato il momento di dire qualche no, nella medesima direzione costruttiva di quelli che hanno aiutato me a crescere.

No al caos normativo senza tregua, no alle istruzioni parziali, confuse, tardive e discutibili, no a un sistema che, anziché essere al servizio dei cittadini, li costringe a rincorrere soluzioni creative, no alla pretesa di immediata disponibilità per sanare i ritardi altrui, no alle promesse illusorie, no agli errori non riconosciuti, no alla necessità di spiegare il non senso, no al sensazionalismo, no al vuoto di mancate risposte. Insomma, no a tutto ciò che nei fatti si è dimostrato improduttivo, incluse le lamentele inutili, anche mie.

È un no protettivo e di confronto, non meramente oppositivo, un no alla ricerca di risposte ferme, di un percorso di valori, di senso della responsabilità e della realtà. Un no alla mediocrità, per recuperare quelle indubbie capacità che la pandemia ha comunque svelato ed esaltato e con le quali si può far meglio, se disposti a mettersi in discussione, perché non si riduca tutto a una questione meramente economica, per quanto importante, o di ricerca di consenso. Un no per ribadire che siamo strumenti e dobbiamo impegnarci, ma siamo persone e abbiamo dei limiti, tutti quanti, non divisi per categorie. Un no per ricordare che la conoscenza non è patrimonio solo di alcuni e che le idee non sono in sé un pericolo solo perché di altri. Un no alle contrapposizioni inutili che tolgono tempo prezioso alla ricerca di soluzioni concrete. Un no per poter infine dire sì, ce l’abbiamo fatta, insieme e bene.

Consentitemi un pensiero a chi non c’è più, il no è anche per voi, e un grazie a tutti quelli che hanno fatto, in qualunque modo.

Aliud est facere, aliud est dicere.

 

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