9 Luglio 2020

La cassa integrazione in saldo, il dolus bonus e la legge del “Baffo”

di Marco Frisoni

L’attuale contesto emergenziale, dovuto all’avvento del COVID-19, oltre ai drammatici effetti sul piano sanitario e sul versante economico, peraltro ben visibili e sotto gli occhi di tutti, ha comportato, com’era facilmente immaginabile, l’esigenza di approntare provvedimenti normativi di urgenza, che, comunque, hanno via via assunto le sembianze di un vorticoso e incontrollato turbine di Decreti di vario rango (dal tradizionale D.L., alle relative Leggi di conversione sino ad arrivare ai famosi, o famigerati, D.P.C.M.), accompagnati da un’ineluttabile alluvione di documenti di prassi (circolari, messaggi, note) a corollario dell’imperforabile coltre burocratica che da sempre ammanta il nostro Paese.

Non solo; nel corso della fase epidemiologica, ancora in corso, sebbene in forma più attenuata, si è assistito all’uso (o abuso) sempre più massiccio dei comunicati stampa e di conferenze (o monologhi), sovente svolte attraverso i nuovi social media (Facebook su tutti).

Per carità, nulla di male, si tratta di condotte chiaramente frutto dei tempi moderni e volte a una comunicazione maggiormente dinamica e meno istituzionale, pur tuttavia non si può non osservare come siffatte scelte possano presentarsi come un’arma a doppio taglio, in quanto le affermazioni (a volte incaute o, quanto meno, imprudenti) ivi disinvoltamente formulate, lasciano una traccia obiettiva di natura mediatica, poiché facilmente accessibili e, in particolare, rintracciabili in maniera agevole, grazie all’ausilio delle nuove tecnologie informatiche e ai potenti motori di ricerca presenti in internet.

Ecco, dunque, che a non pochi esponenti dell’attuale Esecutivo e/o della maggioranza che governa l’Italia vengono, con frequenza, rimproverate promesse non mantenute, asserzioni disattese e, in ogni caso, impegni pubblicamente assunti e non sempre onorati.

Proprio di recente, nel corso dei c.d. “Stati Generali dell’Economia (italiana)” svolti e conclusi a Roma nell’incantevole cornice di Villa Pamphili, si è assistito a un accadimento a dir poco sconcertante e che, ancora oggi, lascia basiti; e, invero, preceduto da roboanti annunci sulla stampa generalista e tramite i mezzi televisivi, il Presidente del Consiglio dei Ministri Prof. Giuseppe Conte, nel corso di una delle conferenze stampa alle quali ci ha assuefatto nell’epoca del coronavirus, con piglio deciso ha dichiarato che, per meglio fronteggiare le evidenti problematiche di tenuta dei livelli occupazionali, sarebbe stata testé aumentata la dote di cassa integrazione guadagni per (ben) ulteriori 4 settimane.

Orbene, fermo restando che, per il cittadino medio, un’affermazione di tale portata appare, a prima vista, positiva, essendo radicata su un presunto ampliamento degli ammortizzatori sociali disponibili, ai più attenti (organizzazioni sindacali, professionisti, associazioni di categoria) non è sfuggito il fatto che, in realtà, la vicenda non era stata rappresentata in maniera conforme al vero contesto di riferimento.

In effetti, l’acclamato D.L. 52/2020, strumento d’urgenza con cui si sarebbero aggiunte le fatidiche 4 settimane di integrazione salariale, in verità si è limitato a correggere una grottesca stortura introdotta dal D.L. 34/2020 (il surreale Decreto Rilancio), che, nel prolungare il pacchetto di ammortizzatori sociali con causale “emergenza Covid-19”, a suo tempo approntati dal Decreto Cura Italia, aveva disposto altre 9 settimane di cui (notare la brillantezza e la sagacia dell’idea) 5 da godersi entro il 31 agosto 2020 e altre 4 solo nel periodo dal 1° settembre 2020 al 31 ottobre 2020 (eccezione fatta per taluni settori, quali il turismo, che potevano beneficiare delle 9 settimane senza tale artificioso frazionamento).

Una simile soluzione, oltre ad essere del tutto incomprensibile e inesplicabile (sovviene, come paragone, la pellicola di Pupi Avati , del 1996, “L’arcano incantatore”, per l’atmosfera di mistero che circondava le vicende magistralmente narrate dal regista bolognese e che si possono trasferire alle enigmatiche scelte legislative in parola), ha generato notevoli preoccupazioni fra i datori di lavoro e i lavoratori, in quanto il calendario (come la matematica) non è un’opinione e, pertanto, la polverizzazione delle 9 settimane di integrazione salariale avrebbe lasciato ampi periodi di scopertura, che, soprattutto per l’area della Cigd, ove non sono previsti ammortizzatori strutturali in via ordinaria, comportava una situazione di stallo ingiustificabile (con il rischio che, a fronte di un’impossibilità sopravvenuta a causa di forza maggiore, i lavoratori non ricevessero alcuna retribuzione né potessero attingere all’integrazione salariale per le ragioni che si è cercato, non senza fatica, di spiegare).

Di talché, il D.L. 52/2020 ha semplicemente rimediato a una clamorosa svista (può accadere, ci mancherebbe, specialmente in queste fasi convulse) normativa, permettendo a tutti i datori di lavoro e a tutti i lavoratori di accedere integralmente alle 9 settimane di ammortizzatore sociale, senza barriere temporali capziosamente strutturate.

Il buon senso direbbe che, in un Paese civile, gli esponenti del Governo avrebbero dovuto fare ammenda pubblica dell’errore commesso e, cospargendosi il capo di cenere penitenziale, annunciare sommessamente le rettifiche apportate; invece, nulla di tutto ciò, anzi, viene lanciato un messaggio differente e non veritiero, comunicando agli italiani che, quale munifica concessione, i maggiorenti dell’Esecutivo attribuivano urbi et orbi altre 4 settimane supplementari di ammortizzatore sociale.

E, allora, sgorgano senza filtro alcune inarrestabili considerazioni; il Prof. Giuseppe Conte è senza dubbio una persona onesta e perbene, quindi è da escludere che il summenzionato proclama sia stato consapevolmente diffuso con finalità mendaci e, perciò, si deve ritenere che, probabilmente mal consigliato al riguardo, abbia ritenuto veramente genuina l’assegnazione aggiuntiva di 4 settimane di integrazione salariale, elemento che, invero, risulta ancora più inquietante perché, dai livelli da cui promanano simili dichiarazioni (portatrici di aspettative fra la popolazione fortemente provata dall’emergenza sanitaria ed economica in atto), ci si dovrebbe attendere una certosina ponderazione delle informazioni pubblicamente ammannite.

In conclusione, nascono spontanei dei pensieri in libertà, che, di seguito, si tenta di raggruppare, anche quale tentativo di benefico allontanamento dalla triste realtà quotidiana che ammorba tutti.

In prima battuta, la questione degli annunci non del tutto conformi al vero sembra creare delle correlazioni acuite con il mondo della pubblicità (settore economico nondimeno di grande importanza per il Paese e di altissimo livello qualitativo per competenze e capacità che vi operano) e come dimenticare, sempre con citazione cinematografica, il mitico Cary Grant che, nell’immortale capolavoro “Intrigo internazionale” diretto da Sir Alfred Hitchcock, in ordine alle tecniche di comunicazione pubblicitaria, afferma: “Non sono bugie; sono solo esagerazioni strategiche” (e, viste le nostrane vicende, non vi è nulla da aggiungere).

Vi è di più; nell’ambito del mondo della pubblicità, la giurisprudenza ha delineato la fattispecie del dolus bonus, partendo dal presupposto che la pubblicità stessa sia, ad ogni modo, una forma di comunicazione di per sé ingannevole, ma comunque inidonea a illudere un pubblico (già) consapevole della sua disonestà di fondo e, a ben vedere, i punti di contatto con la comunicazione “promozionale” politica sembrano documentati, oggettivi ed evidenti.

Infine, ancorché non vi sia una ragione specifica che legittimi la comparazione che si andrà a trasporre, questa tempesta comunicativa e mediatica richiama alla mente la figura, ancora in voga, mitologica del “Baffo” o “Baffo da Crema”, alias il Sig. Roberto Da Crema, storico imbonitore televisivo, capace di comprendere, in tempi lontani, la potenzialità inimmaginabile della televendita, in uno con i suoi modi ruspanti e connotati da spiccata fisicità, e in grado di valorizzare (ai fini della relativa commercializzazione) anche gli oggetti di infima qualità.

E, allora, in un tempo presente ove il diritto come lo conoscevamo perde di significato giorno dopo giorno, forse la legge del “Baffo” potrebbe divenire il nuovo metodo paradigmatico al quale fare tutti riferimento.

 

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