9 Gennaio 2026

Gestire e recuperare il tempo nello studio professionale: l’importanza del timesheet

di Andrea Michelazzi – Consulente in Pianificazione e Controllo di BDM Associati Scarica in PDF

C’è un paradosso che affligge silenziosamente la categoria dei Consulenti del Lavoro e, più in generale, il mondo delle professioni ordinistiche. Il professionista è abituato a trattare i dati dei clienti con una precisione chirurgica: non sfugge un centesimo nei bilanci, non si tollerano errori nelle buste paga, si monitorano le scadenze fiscali con rigore assoluto.
Eppure, quando si tratta di analizzare i propri dati e, in particolare, di gestire la risorsa più preziosa del proprio business – il tempo –, lo studio naviga spesso in una nebbia di approssimazione. Se il professionista si interrogasse su quante ore effettive ha investito su quel cliente che chiama 3 volte al giorno, la risposta sarebbe quasi sempre una stima basata sulla “pancia”, sulla sensazione di fatica, raramente su un dato certo.

Questa “cecità selettiva” non è più sostenibile. Il contesto in cui il professionista opera è mutato radicalmente: la complessità normativa è esplosa, trasformando quella che un tempo era un’attività di mero adempimento in una consulenza ad alto valore aggiunto. Tuttavia, il mercato fatica a percepire questo cambio di passo e continua a pretendere servizi “all inclusive” a tariffe bloccate da anni.
In questo scenario, gestire e recuperare il tempo non è un esercizio di stile per maniaci dell’organizzazione, ma una vera e propria strategia di sopravvivenza economica. L’errore di fondo che molti studi commettono è considerare il tempo come una risorsa infinita ed elastica, che si può “allungare” restando in ufficio fino a tardi per compensare le inefficienze. Ma il tempo, al pari della cassa, è una risorsa finita e come tale va contabilizzata.

Il problema principale, derivante dalla mancata misurazione, è la creazione di una realtà distorta. Senza un sistema di rilevazione oggettiva del tempo, lo studio professionale finisce inconsapevolmente per adottare una logica da “Robin Hood al contrario”: toglie risorse e attenzioni ai clienti virtuosi, quelli che pagano regolarmente e richiedono il giusto, per sovvenzionare i clienti “energivori”, che assorbono ore su ore di assistenza telefonica, consulenza spicciola e rilavorazioni, spesso a fronte di un forfait che non copre nemmeno i costi vivi della struttura.
Senza dati, il titolare di studio è disarmato. Quando si ha la sensazione che un cliente non sia profittevole, in assenza di numeri, prevalgono la paura di perderlo o l’incapacità di giustificare una richiesta di aumento. Si finisce così per lavorare in perdita, erodendo la marginalità dello studio e, cosa ancor più grave, bruciando le energie del team su attività a basso valore, con conseguente stress e frustrazione.
Il rischio non è solo economico, ma anche qualitativo: saturare le risorse su clienti non profittevoli impedisce di dedicare tempo di qualità alla formazione, all’aggiornamento e allo sviluppo di quei servizi di consulenza strategica che rappresentano il vero futuro della professione.

La soluzione richiede un cambio di paradigma culturale, prima ancora che tecnologico. È necessario smettere di vedere il timesheet come uno strumento di “controllo poliziesco” del dipendente o come una burocrazia interna aggiuntiva. Al contrario, il tracciamento dei tempi deve essere elevato a strumento di consapevolezza imprenditoriale.
L’approccio corretto non è segnare genericamente “8 ore di lavoro”, ma mappare le attività, collegandole ai clienti e alla tipologia di prestazione offerta (ordinaria vs straordinaria). Quando si adotta questo metodo, accade qualcosa di rivoluzionario: l’invisibile diventa visibile.
Immaginate di scoprire, dati alla mano, che quel cliente “storico” che paga 2.000 euro l’anno costa in realtà 100 ore di lavoro di un collaboratore senior. Il costo orario di “produzione” supera il ricavo. Di fronte a un report del timesheet che evidenzia questo scostamento (gap analysis), la discussione con il cliente cambia tono. Non è più il professionista che “vuole più soldi”, ma è l’imprenditore che mostra un dato oggettivo: quanto supporto e lavoro lo studio ha dedicato alle esigenze del cliente e come il compenso, congelato da tempo, non valorizzi tutta quella attenzione.
Il timesheet trasforma così una negoziazione emotiva in un confronto professionale basato sui fatti.

Inoltre, il recupero del tempo passa anche dall’analisi dei processi interni. Spesso non è il cliente a essere il problema, ma l’organizzazione dello studio. Monitorare i tempi permette di individuare colli di bottiglia e duplicazioni di attività. Se per elaborare un cedolino occorre il 30% di tempo in più rispetto alla media di mercato, forse il problema non è la tariffa, ma una procedura operativa farraginosa, una mancanza di formazione del personale o l’assenza di strumenti digitali adeguati.
In questo senso, la rilevazione dei tempi è il carburante indispensabile per alimentare un ciclo di miglioramento continuo che consenta allo studio di evolvere. Sapere dove finisce il tempo permette di decidere come investirlo meglio: automatizzando i processi ripetitivi per liberare ore da dedicare alla consulenza proattiva, quella che il cliente è disposto a riconoscere e pagare.

In conclusione, l’adozione del timesheet e di una rigorosa gestione del tempo rappresenta un atto di rispetto verso la propria professionalità. Continuare a regalare ore di consulenza sotto forma di “chiacchierate informali” o di gestione di urgenze non preventivate svaluta il patrimonio di competenze dello studio.
Il valore di un’attività professionale non si misura solo dal fatturato, ma dalla capacità di generare margine preservando il benessere di chi vi opera. Recuperare il tempo significa recuperare la libertà di scegliere: con quali clienti lavorare, su quali progetti investire e come dare il giusto valore alla propria competenza.

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