14 Novembre 2019

La stella bi-polare

di Andrea Asnaghi Scarica in PDF

Fin dai primi anni di scuola ci insegnavano a distinguere nel cielo, fra la moltitudine di corpi celesti, le forme caratteristiche dei carri disegnati dalle stelle, il Carro Maggiore e il Carro Minore, con le 2 stelle di punta degli stessi, le Orse, di cui l’Orsa Minore, o Stella Polare, era quella che, indicando il (Polo) Nord, permetteva agli antichi navigatori o viaggiatori di orientarsi, in assenza di bussole o altri strumenti di precisione. In tal modo, la Stella Polare era un vero e proprio indicatore di direzione, una guida sicura, tanto che anche nell’espressione corrente diventò sinonimo di affidabilità e sicurezza, in buona sostanza un importante punto di riferimento. E Dio solo sa se avere un riferimento affidabile non sia, nell’esperienza personale di ciascuno di noi, qualcosa di prezioso e di costantemente ricercato in ogni occasione.

Quando ho iniziato questo lavoro (diciamo nel secolo scorso, per rendere l’impressione di qualcosa non esattamente recente) fra i vari punti saldi della professione sicuramente c’era l’Inps. “Lo dice l’Inps” era sinonimo di qualcosa di assolutamente rispettabile e da prendere in considerazione. Non che adesso le circolari dell’Istituto servano come mero tassello di livello per le scrivanie traballanti, questo no, le si cita ancora (ci mancherebbe), però sempre di più esse, e soprattutto i comportamenti conseguenti dell’Istituto, destano incertezza e smarrimento. Anzitutto l’ipse dixit dell’Inps è spesso tratto in fallo da Leggi a dir poco farraginose, ma poi ci si basa sempre di meno su un competente confronto diretto: spesso ci si trova di fronte a un impersonale Cassetto previdenziale, dove la possibilità di ribattere a determinate “imprecisioni” è pressoché nulla e quelli della mia età (ma non solo) rimpiangono uno sportello dove, con uno sguardo dritto negli occhi e con la possibilità di un normale contraddittorio, si risolvevano molte cose. Non parliamo poi del call center di improbabile cadenza balcanica o, peggio ancora, degli algoritmi impazziti di frozen.

Certo, il mondo è diventato ben più complesso. Tuttavia, quello che lascia davvero perplessi è l’applicazione creativa, fantasiosa, improvvisata, a macchia di leopardo che della normativa (ma soprattutto delle stesse circolari dell’Inps) viene messa in atto nelle singole sedi dell’Istituto, il che contraddice quel senso di automatismo perfetto che spesso ci viene propinato riguardo all’azione dell’Inps. Eh sì, perché qui siamo in presenza di un conclamato bipolarismo. In psichiatria quello è un serio disturbo – una particolare condizione che tende ad alternare fasi depressive (caratterizzate da umore basso, tristezza, senso di impotenza e insoddisfazione) e fasi maniacali (contraddistinte da iperattività, anche caotica e inconcludente, senso di onnipotenza e ingiustificato ottimismo, ma a volte anche da irritabilità e intolleranza, senso di ingiustizia e aggressività pura). Ma anche quando non si tratta di una vera e propria patologia, nel linguaggio comune il bipolarismo è un preoccupante cambio continuo di pensiero e di indirizzo, un’insicurezza pervicace, un non sapere la destra cosa faccia la sinistra, il che sicuramente è un pregio nella predicazione evangelica (denota una carità disinteressata e discreta, cfr. Mt. 6, 1-4) e anche un virtuosismo concertistico di certi favolosi pianisti, ma nella vita normale è solo tragico sintomo di confusione, caos, incertezza normativa e di comportamento.

Facciamo qualche esempio che noi operatori conosciamo bene sulla nostra pelle.

Dovrebbe essere definitivamente accantonato (ma qualcuno ancora resiste, alla stregua del soldato giapponese che-non-sa-che-la-guerra-è-finita e continua a presidiare l’isoletta sperduta nell’oceano) il problema degli pseudo-trasfertisti, cioè di quegli addetti, normalmente del settore impiantistico-cantieristico, ma non solo, che stanno molto spesso, quasi sempre, in giro e che per ogni giorno in cui escono in missione (ma solo per quei giorni) percepiscono un’indennità ben precisa o un rimborso spese. Essi non sono trasfertisti in senso fisco-previdenziale, infatti la circolare n. 326/E/1997 (che in virtù dell’armonizzazione fisco-previdenziale deve intendersi valevole anche per l’Inps, il quale, infatti, la riprese in più occasioni) definì come trasferisti solo coloro i quali, in funzione di un’attività resa in luoghi sempre diversi, percepiscono un’indennità che finisce per essere slegata dalla trasferta e attribuita indipendentemente da se e dove la trasferta sia stata effettuata. La differenza in ordine alla tassazione è, com’è noto, che nel primo caso le indennità sono, sia pur con precisi limiti giornalieri, esenti, mentre nel secondo caso sono imponibili al 50% del loro ammontare. Questo concetto andò avanti pacificamente per anni, finché diversi interventi sul campo (leggi: ispezioni) da parte dell’Istituto determinarono un aspro e ingiustificato contenzioso, andando a tassare anche le indennità percepite dai primi soggetti, che trasfertisti non erano e mai lo sarebbero stati. Diversi giudici aditi “ci misero del loro” (come si suol dire) e si creò così un pericoloso filone interpretativo (basato sul nulla), tanto che per ritornare a una situazione di equità fu necessaria addirittura una legge di valore interpretativo con effetto retroattivo (articolo 7-quinquies, D.L. 193/2016). Detto in altre parole, Inps è andato (e va tuttora, in barba alla legge) a porre questioni contrarie a un indirizzo consolidato da esso ampiamente riconosciuto.

Una situazione identica e al limite dell’imbarazzante si ebbe (ma purtroppo si ha spesso ancora) con gli strascichi della famosa operazione Poseidone, volta all’emersione della contribuzione pensionistica dei soci titolari di attività commerciali o del terziario. Viste le diverse batoste ricevute giudizialmente dall’Istituto, lo stesso si risolse a emanare una circolare (la n. 78/2013) in cui invitava le sedi ad accertare la ricorrenza contributiva non sulla base di semplici deduzioni a tavolino, ma andando ad accertare l’esistenza di una prestazione abituale del socio. Tutto risolto? Niente affatto, ancor oggi capita di trovarsi di fronte a richieste contributive in cui non vi è nemmeno un minimo accenno di accertamento sul campo, ma solo un (incoerente) incrocio di dati con i Registri Imprese o con l’anagrafe tributaria.

Da ultimo – purtroppo non ultimo, anzi caso fra tanti – vorremmo notare il riemergere del tema della responsabilità solidale contributiva negli appalti. Vi è una norma, il noto articolo 29, comma 2, D.Lgs. 276/2003, che prevede la solidarietà retributiva e contributiva del committente rispetto ai dipendenti dell’appaltatore occupati nell’appalto, da esercitarsi –a pena di decadenza – entro 2 anni dalla cessazione dell’appalto. A fronte di un’interpretazione univoca del predetto termine decadenziale (non solo da parte dell’Inps – si veda il messaggio n. 3523/2012 – ma anche del Ministero del lavoro – si vedano la circolare n. 5/2011 e l’interpello n. 29/2015), l’Inps ha innescato alcune cause il cui discutibilissimo esito in sede di legittimità ribalta il precedente chiaro indirizzo (Cassazione n. 18004/2019 e n. 22110/2019); secondo le predette sentenze la prescrizione contributiva è e resta quinquennale, senza decadenza dell’azione, anche nella responsabilità solidale in appalto.

Ora, nessun dubbio che ci possa essere del contenzioso fra l’Inps e il contribuente, così come non si può mettere in discussione la piena libertà di azione da parte degli organi giudicanti, sicuramente non condizionabili dalle circolari ministeriali o degli Enti (sebbene tale libertà sia, a parere di chi scrive, talvolta piuttosto abusata). Tuttavia, la perplessità nasce dal fatto che l’Inps dice una cosa (nelle circolari) e ne fa un’altra (nelle ispezioni). Ma, ancora ancora, capiremmo se quest’azione fosse isolata ed episodica (come se l’ispettore ultra-aggressivo fosse una sorta di “compagno che sbaglia”), il fatto è che tali posizioni vengono portate fino all’estremo grado di giudizio.

Per dirla alla romana, diventa difficile capire se l’Inps “ci è” (cioè, è nella totale confusione) o “ci fa” (cioè ci prova) o entrambe le cose insieme. Quello che, però, è evidente è che si perde un punto di riferimento, l’Inps diventa inaffidabile a se stessa e a noi tutti, non più una Stella Polare ma una stella bi-polare, che una volta indica il nord, un’altra il sud e talvolta soltanto la più vicina pizzeria al taglio.

Una stella che, purtroppo, parrebbe non valer più la pena di prendere seriamente in considerazione (ma che, per la posizione che ha, continua a far danni).

A noi operatori, naviganti nel procelloso mare degli adempimenti, non resta che mandare il messaggio di rito in queste occasioni: salvate le nostre anime.

 

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