3 Dicembre 2019

Un’economy non proprio GIGante. C’è poco da rider

di Riccardo Girotto Scarica in PDF

Un po’ si è persa la cultura del cibo. Vita frenetica e ricerca di comodità nei pochi minuti disponibili, il pasto è servito a tavola anche se la cucina non è proprio a portata di mano. Quel tragitto obbligato dal ristorante a casa limita i profumi immediati e svilisce le caratteristiche organolettiche dei piatti.

Come i negozi, anche i ristoranti rischiano di diventare solo vetrine, la fatica di frequentarli fisicamente è davvero tanta. Non si esce nemmeno a fare 2 passi, i camerieri diventano ciclisti. Più esercizio fisico potrebbe sembrare utile, ma va pesato con meno tutele contrattuali. Fino a qualche anno fa solo pochi ragazzi erano impegnati in strada a consegnare le pizze, ora sta diventando un’invasione.

L’opinione pubblica non ama molto questa corsa alla GIG economy, il nostro diritto del lavoro non è pronto a tutto questo e, a dire il vero, non lo è in nessuno Stato. Sotto l’occhio del ciclone sta proprio la caratteristica vincente di questa attività, cioè la flessibilità massima. Da sempre, però, la facciata della flessibilità dall’altro lato della medaglia mostra la croce della precarietà.

Su questo aspetto ci prova il sindacato con un contenzioso che stenta già in sede di avvio. Arriva allora la giurisprudenza e la risposta è servita, la verità sta nel mezzo: 50 e 50. I contratti collettivi, dal canto loro, fanno ciò che possono e il Ccnl Autrasporto merci e logistica, con un’azione repentina, fa propria un’area di lavoratori che non era ancora stata categorizzata. Ovviamente, i Ccnl valgono per i dipendenti, quindi prima di tutto va compreso se i riders sono tali; torniamo quindi al punto di partenza.

D’un tratto, la Legge sulle crisi aziendali. Legge che opta per non indicare le caratteristiche utili all’avvio di collaborazioni genuine, indicando piuttosto le conseguenze che accolgono chi le regole (assenti) non le rispetta, mettendoci del suo e qualificando sottotraccia proprio i fattorini del cibo (e non solo di quello, sia chiaro, ma tristemente mi concentro su di loro a causa di un attacco al piacere culinario, che proprio non riesco a digerire).

Il salario minimo è in arrivo, per completare un’opera che potrebbe non essere così ordinata. Tutto questo assomiglia molto alla storia dei call center che tanta flessibilità, pardon precarietà, hanno portato. Ancora una volta, però, la soluzione è l’obbligatorio intervento del confronto sindacale e l’aumento forzato di tutele utili a garantire i lavoratori e irrigidire il sistema. Insomma, se per eliminare la precarietà è necessario estendere le tutele, per eliminare la flessibilità basta molto meno.

Chissà se stavolta l’aumento delle tutele, driver inevitabile verso l’incremento del costo, oltre ad asfaltare la flessibilità aiuterà davvero questi figli di nessun datore a vedersi convertire il proprio rapporto. Se le piattaforme committenti davvero eterodirigono, come vorrebbe far pensare qualcuno, non sono per niente sicuro che considerare i riders alla stregua dei subordinati (articolo 47-quater, comma 2, D.Lgs. 81/2015, ex L. 128/2019, impone la retribuzione a tempo e vieta il cottimo, sotterrando definitivamente l’autonomia) aiuti a confermare i loro rapporti di lavoro.

Insomma, il mercato è mercato e, laddove una gestione non è più flessibile e il costo aumenta, ogni committente, pardon datore di lavoro, è libero di decidere se vincolarsi o lasciare tutti per strada. Non credo che questa valutazione sia stata approfondita con puntualità dai sostenitori del rider dipendente.

Qualcosa, però, non mi torna. Posto che sulla sicurezza non si può transigere, tutta questa fretta di regolare la fattispecie non comprendo da cosa derivi. Non mi è chiara la portata del fenomeno riders, non mi è chiaro perché si spinga per fare scudo. Non mi è chiaro perché questo tema scavalchi zone grigie del nostro diritto del lavoro pendenti da anni. Sarà la mia reticenza verso il cibo che attraversa in bici la città prima di essere consumato, ma devo assolutamente capire il motivo di questo interesse, l’unico modo per farlo è la misurazione. Mi chiedo, allora, quanto GIGante sia questa economia.

Dati riscontrabili in rete censiscono 10.000 riders in Italia. Il lavoro sportivo dalla notte dei tempi cerca una regolamentazione, coinvolge 1.000.000 di operatori di cui circa 120.000 fanno di questo settore il loro lavoro (dati Coni). L’interesse mosso verso le lacune legislative dello sport è di una nullità irritante. Non c’è proprio nulla da rider.

 

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